Scrittura

Lavorio della Terra

Autore

Antonio Sisana

Il lavoro della terra, rito atavico che celebra il passato e ci radica oggi.

In questi giorni di maggio dal terrazzo di casa, oppure percorrendo le vie del borgo di Oga, si vedono molte persone ricurve nei propri orti. Operosi si danno da fare per lavorare la terra, dopo averla nutrita con il giusto concime, con il letame, e prepararla ad accogliere i semi. Nel paese vi è un via vai di trattori che portano terra, concime, attrezzi come la vanga, il badile, il rastrello. Per le vie si avverte un profumo che ritorna a tempi passati, si percepisce uno scorrere del tempo più lento, più vicino al battere del nostro cuore, più naturale.

Molte persone che lavorano la terra sono anziani in pensione, mogli che non lavorano ed accudiscono i figli, nel tempo che loro riposano o sono a scuola, alcuni uomini che in disoccupazione occupano il loro ingegno oppure il tempo libero. Sono pochi ormai coloro che di agricoltura ne fanno un lavoro, forse da noi credo nessuno, e poi quando questa pratica diviene un’attività professionale al giorno d’oggi perde le sue radici. Si tratta spesso di agricoltura intensiva, su campi ampi e spesso di monocolture, manipolazioni genetiche, solo specie che vanno per la maggiore e richieste di mercato, utilizzo di prodotti chimici, nutrienti, vere e proprie bombe vitamino-minerali per gonfiare la terra e renderla fertile.

I contadini dei nostri borghi altro non sono che persone di buona volontà, spesso residuo di antiche usanze, abitudini, quelle attività che una volta permettevano la sopravvivenza della famiglia. Avere un orto, della verdura, delle patate, rubare dei frutti alla natura in un luogo di montagna, era necessità, era vera ricchezza. Ogni frutto veniva raccolto, mangiato, cucinato in vario modo e spesso, visto che solitamente troppo per il momento, veniva lavorato sapientemente per poterlo conservare, sotto aceto o olio, per il rigido e sterile inverno.

I contadini dei nostri borghi sono i portatori sani di queste pratiche, sono ancora abili lavoratori della terra, trasudano antiche credenze, tradizioni, conoscenze. Vi sono degli usi che possono accumunarli, magari riguardo al tipo di luna ottima per seminare, quella per raccogliere, ma da questo comune dipartono infiniti rigagnoli che li diversificano e prendono voce e pratica conoscenze tramandate di padre in figlio, di famiglia in famiglia. Parlando con loro riesci a carpire qualcosa, magari usanze addirittura opposte da persona a persona, ma quando arrivi ad un certo punto permane un alone segreto che non rivelano a nessuno che non sia di famiglia. Amo questo aspetto, questo mantenere piccole conoscenze personali nel piccolo circolo degli affetti più intimi. È qualcosa che lega, che unisce, e ciò che lega in fondo si chiama amore. È mantenere quel legame con i nostri avi, con la loro storia, la loro esperienza, quel sapere antico e pagano che molto spesso si scontra con il sapere moderno di una scienza che però non ha quella esperienza cresciuta di corpo, fatica, osservazione, speranza ed ostinazione umana. È non lasciare che la vita dell’uomo si perda, decada, venga ad infilarsi nelle autostrade del vivere moderno, ove tutto è semplice, veloce, senza rispetto, e deve essere produttivo.

Amo osservare queste persone, ricurve a lavorare la terra, sudate che spingono il badile o la vanga tra le zolle, che con cura ed amore depongono i semi. E mentre osservo sento dentro di me qualcosa di atavico che respira, avverto che tali gesti non sono semplici attività, ma evocano qualcosa di sacro. Si tratta di riti, e non sono pagani, sono portatori di spiritualità autentica. L’uomo che si china sulla terra, la nutre, la lavora, se ne prende cura, offre a lei i semi, e porta nel suo cuore la speranza di aver fatto un lavoro giusto e la fiducia che la natura gli regalerà i suoi frutti. È un rito sacro, un rito che attraversa la storia dell’uomo da quando ha deciso di essere stanziale, di superare il nomadismo, quando ha compreso che poteva entrare in rapporto reciproco con la terra che lo ospitava. È anche qualcosa che respira naturalmente nell’essere umano, perché in fondo la manualità, il rapporto con gli elementi, il rispetto dei cicli della natura, la propria opera umile e volenterosa sono aspetti che appartengono al cuore della vita.

Osservare queste persone, queste usanze, questi riti mi allontana dal vivere artificiale e mi avvicina a me stesso, alla mia essenza, alla mia storia. Mi avvicina alla vita, al senso del vivere.

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