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18 Aprile 2012

Ritorno al paese

Categoria: Blog

un racconto ispirato alla natura ed al volgere della vita moderna

Bruno aveva lasciato presto il paese natio, ma il tempo passato tra le vie ed i boschi attorno al borgo erano bastati a scolpire nel cuore esperienza profonde. Poi, la vita della città lo aveva risucchiato e sempre meno era tornato tra i monti dell’infanzia. D’altronde pochi parenti erano rimasti lassù, nessun amico manteneva contatti ed il lavoro, la  sua compagna e molto ancora lo avevano coinvolto sempre più. C’era voluta una calamità naturale a riportarlo con forza tra quel che restava del paese. Dopo giorni d’ingenti piogge il ruscello, che scorreva vicino, era divenuto fiume portando con se quanto trovava vicino e vi era nel greto. Il fiume e la terra, nel bel mezzo della notte, avevano assalito il paese dividendolo nel mezzo, portandosi via muri, case, persone.
Passeggiando tra le rovine, Bruno, faticava a riconoscere quello che era. Certo, erano anni che non passava di lì, ma con tutto quel fango, le rovine, i sassi e la gente che si muoveva per porre rimedio era difficile orientarsi. Aveva provato a contattare zia Rosa, l’unica persona con cui manteneva relazione al paese, colei che abitava la vecchia casa colonica di famiglia. Non avendo notizie aveva provato a chiamare la protezione civile ed aveva scoperto che Rosa era nella lista delle persone disperse, la casa era stata attraversata dalla piena del fiume. Ora, tra le vie distrutte ricercava qualcosa e qualcuno; camminava lungo la strada principale, tra mezzi e persone della protezione civile. Si era recato in quel che sembrava il quartier generale, una tenda militare piena d’attrezzi, radio, materiale. Voleva avere notizie più certe.
“Bruno, Bruno!” si sentì chiamare alle spalle. Si volse trovandosi di fronte un uomo sulla cinquantina, la barba incolta, gli occhi marroni, stanchi.
“Ciao Bruno, sono Claudio, Claudio Bonetti, il figlio della Bruna!” disse abbracciandolo l’uomo. Bruno si ricordò, era quel Claudio che, poco più grande di lui, faceva da capogruppo a scuola e da capobanda, poi, i pomeriggi nei boschi.
“Ciao Claudio, certo, ora mi ricordo. Che mi dici della frana, com’è la situazione?”
“Un disastro Bruno, il torrente ha portato con sé fango, sassi, alberi ed ha distrutto quanto ha trovato sulla sua strada. Anche tua zia, la Rosa, non riusciamo a trovarla e non sappiamo se è stata portata con sé dalla frana oppure è scappata. Sono sette le persone disperse, mentre tre quelle trovate morte. Tra loro pure il Mene, l’amico di tuo nonno, quello che aveva l’osteria della pace. Tu che ci fai qui?” disse Claudio in modo concitato.
“Sono venuto per capire, appena ho avuto notizia alla televisione, perché ho provato a chiamare zia Rosa, ma non rispondeva. Sono più di dieci anni che non torno al paese” rispose Bruno mentre i due si portarono alla tenda della protezione civile. Claudio era a capo della protezione civile del paese e si stava dando da fare nel migliore dei modi per organizzare i lavori di soccorso. I due scambiarono poche altre parole, poi Claudio chiamò un ragazzo con il capello d’alpino: “Aldo, porta il mio amico Bruno alla casa della Rosa ed aiutalo a farsi un’idea di quanto è successo. Io devo tornare al quartier generale per recuperare altri mezzi e uomini. Piacere di averti ritrovato Bruno, vai con Aldo e se hai bisogno fatti sentire. A presto” corse via Claudio. Era cambiato nella fisionomia, gli anni lo avevano marcato nelle rughe e nei capelli grigi, ma restava quel leader di sempre, con la sua innata autorità e magnanimità.
“E’ proprio vero che ci sono mondi e persone che non mutano mai. Il tempo li leviga, ma non cambia in loro quella personalità che già da piccoli li determina” pensò Bruno tra se.
Aldo era di poche parole, camminava deciso in direzione della casa di Rosa. Bruno, seguendolo, osservava attorno, vedeva fango in ogni dove, case diroccate, persone che scavavano, spostavano, rimuovevano, altre che guidavano scavatori, piccoli camion.Giunsero all’incrocio della via alle scuole, Bruno lo riconobbe per la vecchia cabina telefonica ancora in piedi. Quante volte avevano giocato a telefonare, aveva visto i giovani del paese chiamare con i gettoni le ragazze a casa, fare scherzi. Era da tempo che non ne vedeva una, del resto in città erano state smantellate quasi tutte. Quel cimelio della comunicazione ben s’incastonava tra le macerie, come del resto portava ricordi che il tempo non aveva cancellato.
“Eccola la casa della Rosa” indicò Aldo più lontano col dito: restava poco di quello che era. Bruno fu attraversato da una fitta nel cuore, non riusciva a trovare nulla di famigliare in quel groviglio di sassi, muri, fango. Alcune persone stavano spostando quel che restava e qualche oggetto era stato appoggiato vicino, un piccolo cumulo di quanto era emerso dalla terra e dal fango. Mentre Aldo andò a parlare con chi lavorava Bruno lasciò che le mani rovistassero nel mucchio.
Vi era molta roba, fradicia di melma, rimasugli d’oggetti trattenuti nei locali della casa. Vide residui di pentole e stoviglie, la vecchia caffettiera per dieci persone, il portagioie ereditato dalla nonna Giuseppina, alcuni arnesi da giardino, e poi, in una busta di plastica un album di fotografie. Si ricordò, era il vecchio album di famiglia che la zia teneva ben riposto nella madia in cucina, sigillato in un sacchetto di plastica, per salvaguardarlo dalle tarme e dalla muffa. Aveva resistito, sebbene un poco umidiccio, e Bruno lo prese con se sedendosi poco lontano su quel che restava di una sedia. Aprendo il libro emerse un antico profumo, come se quelle pagine non solo raccogliessero ricordi visivi, ma anche l’odore della vita di quei tempi. Sfogliando tra foto in bianco e nero rivide la sua famiglia da parte di padre: i bisnonni, Giuseppina e Rodolfo, immortalati nel giorno del loro matrimonio; quanto era bella nonna Giuseppina, d’origine veneziana, portava in volto la luce e gli occhi delle donne dell’est. Poi vide nonno Franco e nonna Lina, due personaggi atipici per quel tempo, capaci di convivere prima del matrimonio, per esigenze di tempo e di soldi. Nonno Franco era stato in Russia, aveva passato mesi nei campi di concentramento, ma sembrava non esserne stato toccato. Era sempre allegro con i nipoti, e Bruno, spesso, passava del tempo con lui camminando per sentieri. Del nonno ricordò l’ultima volta che si trovarono al paese. Lui ormai vecchio, infermo sulle gambe aveva voluto che il nipote lo accompagnasse all’inizio di un sentiero, poco lontano da dove ora stava a rimirare l’album dei ricordi. Guardando il bosco ed il torrente appena sopra, nonno Franco mostrò occhi tristi. “Guarda Bruno, guarda il nostro bosco, il nostro torrente! Lasciati in malora. Nessuno li pulisce più, nessuno si preoccupa di loro e così sono diventati incolti e pieni di sassi e pezzi d’albero. Un giorno o l’altro, quando arriverà burrasca, vedrai che pagheremo quest’incuria!” le sue profetiche parole. Pochi mesi dopo era morto, al funerale un gran via vai d’autorità, stendardi, per ricordare l’ultimo reduce di Russia dell’Alta Valle.
Sfogliando, poi, vide suo padre Alberto, ultimo d’otto fratelli, tutti schierati sul prato dopo lo sfalcio, dietro un cumulo d’erba sopra il carro. E poi alcune foto dei nipoti, tra cui c’era anche lui, piccolo, nel cortile attorno alla chiesa con don Francesco a far da sorvegliante. Tanti i ricordi che emergevano nel cuore, con loro odori e profumi di una vita lenta, non molto antica nel tempo, ma lontanissima nelle abitudini rispetto ad un presente totalmente diverso.
“Bruno, se vuoi venire con noi andiamo sopra a vedere dove è uscito il fiume” lo risvegliò al presente Aldo. “No grazie, rimango qui ancora un poco e poi ritorno alla tenda a chiedere se hanno notizie di Rosa” rispose come se Aldo facesse parte della famiglia. Del resto questa era l’atmosfera quando viveva al paesino, tutti si conoscevano, tutti sapevano anche delle cose nascoste, ma erano abili a fingere e soprattutto tacere.
Bruno rimise l’album nel sacchetto, lo prese sotto braccio e vagò per le vie. La zona attorno alla casa era stata presa dall’ondata di piena, tutto un cumulo di fango, macerie, mezzi di lavoro, attrezzi. Lasciò la piazza e prese la via che portava ad un sentiero fuori dal borgo, così per inerzia e seguendo una specie d’istinto viscerale. Cominciò a salire in mezzo ad abeti rossi e pini cembri, un sentiero rovinato e scavato dall’acqua temporale dei giorni prima. In poco tempo si alzò e dall’alto poteva vedere il paese, scavato nel mezzo dalla frana, il brulicare di persone e mezzi come operose formiche, e a valle la cittadina più grande, lontana. In mezz’ora raggiunse quel che restava della vecchia baita di nonno Franco, rifugio e partenza delle partite di caccia, luogo di meditazione e riposo lasciato a se stesso. Notò che quel che restava del camino fumava, e la cosa lo sorprese, un groppo in gola ed un nodo nello stomaco divenirono compagni dei suoi ultimi passi. Sull’uscio, seduta come in trance, zia Rosa, il viso scarno, invecchiato, scuro, affamato.
“Zia Rosa, zia Rosa, cosa ci fai quassù?” gridò Bruno. La donna alzò appena lo sguardo, occhi spenti, occhi stanchi di vivere. Non disse nulla, abbassò lo sguardo lasciando che la testa si piegasse in avanti. Bruno corse da lei, l’aiutò a levarsi in piedi e la fece sedere più avanti sulla panca, fuori la baita. Pesava nulla la zia, forse cinquanta chili d’ossa e pelle infreddolite. L’uomo entrò, prese due coperte da sopra il tavolo osservando quanto restava della vecchia baita: il tetto per metà aperto, acqua e fango sul pavimento, la stufa che sputava più fumo che caldo, qualche oggetto inumidito. Uscì e depose le due coperte sulla vecchia zia che nel frattempo si era un poco ripresa.
“Bruno, sei tu Bruno? Ti ho sognato stanotte, tu ed il nonno che parlavate qua fuori, ma la baita non era come adesso, era ancora come quando c’era il Franco!”
“Si zia, sono io, Bruno, ma tu che ci fai quassù?”
“Qualche notte fa ho sentito la voce del nonno che mi chiamava e veniva da qui. Sono salita e poco dopo ho sentito il rumore della frana. Il giorno dopo ho visto quanto era successo, da qui, la mia casa distrutta, e non ho più avuto la forza per tornare al paese. Non ha più senso continuare a vivere”.
“Dai zia Rosa, lascia stare, vieni con me, devi scendere, hai bisogno di essere rifocillata e curata. Giù ti hanno data per dispersa, anzi ormai pensano che tu sia morta!” disse Bruno caricandosela sulle spalle.
Lei non disse nulla, rimase a peso morto sulle spalle del nipote che a fatica scendeva lungo il sentiero. Rosa lasciava lo sguardo perdersi sotto, le vie del paese divenivano sempre più vicine e con questo anche la consapevolezza di quanto era successo. Arrivati in paese la zia venne presa in custodia dalla croce rossa e portata nel vicino ospedale da campo allestito al bisogno. Bruno ritornò sui suoi passi, ridiede un’occhiata furtiva per le vie del paese, salutò l’amico Claudio felice del ritrovamento di donna Rosa e, poi con l’auto raggiunse la zia all’ospedale cittadino più vicino, ove era stata portata per le cure.

Bruno osservava dalla finestra della camera dell’ospedale, quella di sua zia, il muoversi brulicante delle auto, persone, la vita cittadina. Rosa si era finalmente addormentata dopo l’estenuanti rassicurazioni di Bruno circa il fatto che, appena rimessa, sarebbe ritornata al suo paese. L’avrebbe ospitata la nipote Francesca.
Bruno osservava più lontano come se gli occhi raggiungessero Milano, la città che l’ospitava da anni; il pensiero intristì l’uomo: la difficile relazione con la compagna, il lavoro infestato dalla crisi economica, la vita caotica e grigia, tutto improvvisamente diveniva pesante, insopportabile.

“E se lasciassi tutto? Se tornassi a vivere nel mio paese, ricostruire la casa di zia Rosa con quel che ho risparmiato in questi anni? Ritroverei il tempo che passa vivendolo, i rapporti umani, un lavoro da fare con le mani e la fatica del corpo, un calice all’osteria e le passeggiate nel bosco!” pensò a voce alta Bruno.
“Credo sia una buona idea” disse zia Rosa senza aprire gli occhi, ma con voce forte e chiara.
“Si, è una buona idea. Hai ragione zia, ma ora vedi di dormire” confermò Bruno ritrovando il sorriso ed il buon umore.
Anche zia Rosa abbozzò un sorriso per poi sprofondare, finalmente, in un sonno ristoratore.

Questo racconto si è classificato al TERZO POSTO al PREMIO LETTERARIO "Tu, Io e i mondi possibili" a Casale sul Sile nel 2012

Tags: scrittura


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